“La storia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin dovrebbe essere insegnata alle generazioni future”: intervista ai Nemea

D: Ciao, Nemea: prima di tutto, presentatevi ai lettori.
R: Salve a tutti! Siamo i Nemea, band alternative rock di Nocera Inferiore (SA). I membri del gruppo sono Mario De Luca (voce), Christian Carpentieri (chitarra, cori), Alex Mauriello (basso, cori), Martino D’Amico (batteria, cori).

D: Come mai avete scelto proprio questo nome?
R: Abbiamo preso spunto dalla mitologia classica greca, che narra del leone di Nemea in possesso di una pelliccia invulnerabile e di Ercole che, dopo aver cacciato ed ucciso la belva, la utilizza per difendersi e diventare praticamente invincibile. Si potrebbe dire che, con questo nome, abbiamo cercato la nostra invulnerabilità verso l’esterno! Per gli stessi motivi abbiamo deciso il nome del nostro EP d’esordio, “Nemea”: la nostra prima “fatica”.

D: Come è nato e come si è sviluppato il progetto?
R: I Nemea nascono dall’incontro fra il chitarrista Christian Carpentieri ed il batterista Martino D’Amico, i quali già provenivano da un progetto in comune, con il bassista Alex Mauriello. Ognuno di noi ha le proprie influenze musicali e il proprio background di studi ed esperienze, ed una volta insieme decidiamo di iniziare a comporre i primi pezzi inediti, notando sin dai primi attimi un buon affiatamento. Il tempo passa, e matura l’idea di inserire una voce nei pezzi che man mano iniziano ad essere sviluppati. Dopo una lunga ricerca, facciamo la conoscenza di Mario De Luca, il quale dopo poche prove diventerà il frontman dei Nemea. A novembre 2021 è uscito il primo EP della band, “Nemea”, composto da 5 brani inediti, distribuito su tutte le piattaforme di streaming musicale grazie a Label XXXV.

D: Come nascono i vostri brani?
R: Tendenzialmente, tutto parte da un’idea melodica o armonica, che sia un arpeggio, un riff di chitarra o di basso, oppure un tempo di batteria. Questa idea viene portata in sala prove, dove ci si confronta ed ognuno fornisce il proprio contributo per comporre e sviluppare il brano. Quando la struttura del pezzo ha preso una forma quasi definitiva, interviene Mario con un testo ed un cantato da applicarci sopra.

D: Mario, dove nasce l’ispirazione riguardo le tematiche dei testi?
R: L’ispirazione spesso nasce dal vissuto quotidiano, da storie, umori e sensazioni più o meno vicine che colpiscono la mia attenzione. Tutto ciò che ci circonda trovo sia denso di un significato non sempre manifesto, e credo che uno sguardo attento possa riuscire a svelarne, almeno in parte, il mistero.

D: Che messaggio volete lanciare con questo vostro primo lavoro?
R: Con “Nemea” proviamo a raccontare l’ingiustizia ed il disagio presenti in una società divenuta ormai cieca, abbagliata dalla corsa verso un benessere utopistico e illusorio. Ma non solo. Questi 5 brani che accompagnano l’ascoltatore in questo viaggio decadente, raccontano anche di affetti e di premure, di attenti sguardi verso il prossimo: raccontano di un messaggio d’amore, universale e intellegibile.

D: Quali sono, invece, le vostre influenze a livello musicale?
R: Ognuno di noi tre ha delle proprie influenze personali. Alex ha spiccate influenze hard e heavy, con una forte passione per la musica new wave/dark anni ‘80. Chris, invece, si ispira ai grandi chitarristi anni ‘70, con influenze che vanno dal blues al rock classico fino al grunge e il garage rock. Martino proviene prevalentemente dal metal melodico svedese degli anni ‘90 e dal classic rock anni ’70; dagli ultimi 10 anni anche il folk è molto presente tra le sue influenze musicali, oltre a sfumature pop e funk.

D: Il brano “Mogadiscio” si apre con una registrazione della compianta Ilaria Alpi: parlatecene.
R: “Mogadiscio” è il nostro tributo a tutti coloro che non si sono lasciati piegare dalla paura e che hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo, svolgendo il proprio lavoro senza voltare lo sguardo dinanzi a soprusi e ingiustizie. Tra gli esempi più emblematici di questa forza troviamo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la cui storia dovrebbe essere insegnata alle generazioni future, piuttosto che finire nell’oblio della memoria nazionale.

D: Raccontateci della vostra esperienza in studio.
R: È stata un’esperienza bellissima ed intensa! Per qualcuno di noi era la prima volta in studio, ma grazie alla grande disponibilità e professionalità di Francesco Tedesco, titolare dello studio Imakerecords di Nocera Inferiore, dove abbiamo registrato l’EP, siamo riusciti a lavorare alla grande! Abbiamo dato il massimo per ottenere il risultato che ci eravamo prefissati.

D: Progetti in cantiere per il futuro?
R: Abbiamo in progetto l’uscita di un video per uno dei brani dell’EP e speriamo, ovviamente, di uscire quanto prima da questa pandemia, soprattutto perché abbiamo tanta voglia di suonare e, soprattutto, di esibirci dal vivo! Nel frattempo, continuiamo sempre a sviluppare nuove idee per nuovi brani.

D: Salutate i nostri lettori.
R: Continuate a seguire QALT e i Nemea: ne vedrete delle belle! Ciao a tutti!

Glam rock, classic rock and electro punk: a chat with MOINK

On the release of MOINK first EP, “No Tomorrow”, the singer Kevin Stewart granted us an interview. He tells us, in details, the story behind this work, and confides us about the next projects he would like to undertake.

Q: Hello Kevin: first of all, can you introduce yourself to our readers? Who is Kevin Stewart and how do you introduce MOINK?
A: I am a singer, songwriter and author. MOINK music revolves around glam rock, classic rock and electro punk. We are 3 musicians: myself (vocals), Boris Blade (guitarist) and Tim Beutler (beats and bass). The band is an off shoot of the Jahoodi Kraz, which was my Bristol band, and then decided to create MOINK in Berlin with Boris and Tim who had been in the Jahoodi Kraz. I am Scottish, Boris, our guitarist, is Russian, and Tim is American. They still live in Berlin and I moved to Paris 7 years ago!

Q: How do you work during the composition sessions? Who gives the main ideas, who acts as a mediator?
A: I come out with all the lyrics and melodies and the rest of the work is done together in the studio in Berlin with Tim producing and Jim Barr from Portishead doing the mastering in Bristol.

Q: What are your musical inspirations?
A: For my main bands in terms of influences, I often quote David Bowie, Joy Division, Lou Reed and Iggy Pop.

Q: What is your favorite song of this EP and why?
A: I like them all! They are all great to play live.

Q: Next projects for the year to come?
A: We are recording new songs in Berlin, where I was in November; also, concerts, festivals, when the covid is clear!

Q: We can’t wait to see it all: see you soon, Kevin, and thanks for this interview.
A: You’re welcome and, hopefully, we’ll be able to play live soon and expose you to our MOINK experience!

“Il mare è la prima immagine che mi balza in mente quando tento di razionalizzare il concetto di libertà”: intervista a Maelstrom

D: Ciao, Alessandro: prima di tutto presentati ai nostri lettori.
R: Ciao! Che dire? Sono Alessandro, sono moro, da bambino avevo i capelli liscissimi e ora sono ricci. Amo la musica, amo leggere, scrivere, disegnare, giocare a basket e i pirati. Jack Sparrow concluderebbe la frase dicendo “Comprendi?”.

D: Maelstrom è il tuo nome d’arte: come mai questo nome?
R: Maelstrom è una sorta di vortice leggendario della cultura nordica che deriva da “malen” (girare) e “stroom” (corrente). La scelta del nome è un pò il frutto dell’attrazione ancestrale che provo nei confronti del mare e delle leggende connesse.

D: “Coralli” è il tuo singolo d’esordio: come lo descriveresti?
R: “Coralli” riflette la necessità di prendersi il proprio tempo, di concedersi uno sbaglio, ma anche la paura di esporsi. Spesso ci sentiamo quasi in dovere di “stare nei tempi” dettati dalla frenesia di una società che corre veloce e la canzone è un pò il tentativo di andare controcorrente, di cambiare rotta, anche a costo di imbattersi in una tempesta. I coralli sono inoltre descritti come capaci di curare il mal di cuore e ingraziare la sorte, ed ecco che si fanno indispensabili durante un’eventuale mareggiata.

D: Il brano è prodotto da Marco Barbieri: com’è stato collaborare con lui?
R: Marco è stato uno dei motivi principali che mi ha portato a contattare Revubs Dischi. Avevo sentito qualche sua produzione qualche mese prima e me ne sono innamorato. Che dire, ragazzi? È un professionista, oserei dire, avvalendomi di un’espressione usata spesso in studio, clamoroso.

D: Cosa rappresenta per te il mare?
R: Sono nato al mare e anche se mi sono ritrovato in Piemonte poco prima di compiere un anno probabilmente qualche granello di sale sarà rimasto incastrato tra le dita. Il mare è la prima immagine che mi balza in mente quando tento di razionalizzare il concetto di libertà.

D: Progetti attuali e futuri?
R: “Coralli” è il primo singolo di un futuro EP, già registrato, e al momento sto sviluppando un nuovo concept album che prevede sicuramente qualche brano in più. Mi stoppo qui, però, ché non posso spoilerare nulla.

D: Un saluto ai nostri lettori.
R: Ciao, lettori: io sono Maelstrom e credo nel mare.

“Ho messo il cuore in vendita”: intervista a Francesca Moretti

D: Ciao, Francesca: prima di tutto presentati ai nostri lettori.
R: Ciao a tutt*! Io sono Francesca Moretti, ho 19 anni e oggi vi parlerò un po’ di me e della mia musica.

D: Dopo l’uscita di “Piovono segreti” torni con un nuovo singolo, “In vendita”: di cosa parla il brano e come lo descriveresti?
R: Ho scritto “In vendita” ripensando a una storia che mi ha fatto stare abbastanza male in passato. Mentre continuo ad aspettarla mi rendo conto di essere rimasta sola, per di più con la convinzione di valere poco o niente. L’unica cosa che mi ha lasciato è un cuore rotto e malandato che, nonostante tutto, decido comunque di mettere “In vendita”.  Oltre il dolore, però, dietro la canzone c’è anche tanta speranza: un giorno arriverà l’acquirente giusto, che saprà ridare al mio cuore il valore che merita. È solo questione di tempo.

D: Sei giovanissima: quand’è che hai iniziato a comporre? E che percorso, sia di vita e studi, sia artistico, hai avuto, ad oggi?
R: Ho iniziato a scrivere le mie prime canzoni a sedici anni. Al tempo frequentavo il liceo scientifico del mio paese, in Basilicata, ma per la mole di studi la musica era solo un semplice passatempo. Seppur lo studio continui a far parte della mia vita, dato che da quest’anno ho iniziato a frequentare l’università, sto cercando di trovare sempre più tempo per la musica, nella speranza che da passatempo possa trasformarsi nella mia quotidianità.

D: Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato, che ti hanno fatto dire “Da grande voglio fare la cantautrice”?
R: Ho capito di voler fare musica più o meno a quindici anni: era il 2017 e io vedevo per la prima volta un concerto dal vivo. Il concerto era di Tiziano Ferro che, insieme ai grandi del passato come Battisti e De Gregori, ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale nel farmi arrivare qui oggi. Mi è bastato affacciarmi dalle scalinate dell’Olimpico per immaginarmi su un palco e sperare di poter avere anch’io un giorno un pubblico tutto mio a cui poter cantare le mie canzoni.

D: Hai firmato per La Clinica Dischi: quanto il loro apporto ti ha aiutato a definire il tuo progetto?
R: Moltissimo. Ho avuto la fortuna di trovare una vera e propria famiglia e questo è super stimolante, sia dal punto di vista artistico che per una mia crescita personale.

D: Solitamente, qual è il tuo approccio alla composizione?
R: Di solito parto prima dalla melodia dei miei pezzi, usando la chitarra per accompagnarmi o qualche volta il piano. Per le parole invece è tutto abbastanza automatico: mi basta ripensare a qualcuno o qualcosa che mi ha particolarmente segnato e queste arrivano quasi da sole.

D: Il brano è registrato, prodotto e mixato da Leonardo Lombardi e Marco Barbieri: raccontami com’è stato interfacciarsi con loro.
R: Inizialmente non è stato facile passare da canzoni solo chitarra e voce ad una vera e propria produzione, ma Leo e Marco hanno fatto un lavorone sia con “In vendita” che con il singolo precedente. Mi sento tanto fortunata a potermi confrontare con loro e soprattutto imparare così tanto vedendoli lavorare in studio.

D: Progetti attuali e futuri?
R: Per il momento sto continuando i miei studi universitari, quindi nel mio presente di sicuro ci vedo tanta musica, ma anche tanto studio. Per quanto riguarda il mio futuro, invece, spero di poter fare di questa passione la mia professione e, in generale, riuscire a lavorare nel mondo dello spettacolo.

D: Un saluto ai nostri lettori.
R: Non vedo l’ora di farvi ascoltare tutto quello che stiamo preparando. A presto! ❤

“Condividere le proprie fragilità fa sempre molto bene”: intervista a Marco Cignoli

D: Ciao, Marco: prima di tutto presentati ai nostri lettori!!!
R: Ciao! Sono un ragazzo di 33 anni che ha appena realizzato il sogno di Marco bambino: realizzare un disco musicale! In questi ultimi dieci anni ho fatto TV, radio, web TV, libri. Non mi son fatto mancare nulla e, infatti, adesso sto transitando verso nuove esperienze, anche molto diverse da quelle fatte sino ad ora.

D: “Coccodrillo bianco” è il tuo album d’esordio: come lo descriveresti? E come mai questo titolo?
R: Lo descriverei come un disco onesto, nato da una vera e profonda necessità di mettere su carta, poi su musica, una piccola parte di quello che ho vissuto. Il titolo è un omaggio al brano “Coccodrilli bianchi” di Alberto Radius, pezzo che amo molto perché racconta di emarginazione ma anche di riscatto.

D: L’album parte con un brano molto particolare e complesso, cangiante nel tempo e che abbraccia più stili musicali: “Mi devo abituare”. Com’è nata questa canzone, considerandone la complessità?
R: Il brano nasce dall’esigenza di dover sfogare quello che all’epoca chiamavo “amore non corrisposto” e che oggi, con maggior consapevolezza, potrei definire “dipendenza affettiva”. A livello di produzione e arrangiamento è forse tra i miei tre brani preferiti del disco. Per questo brano Daniele e Francesco Saibene hanno fatto un lavoro molto suggestivo.

D: In generale, ci sono molte atmosfere da pista da ballo, dalla disco anni ’70 fino alla drum ‘n’ bass e, in generale, influenze anni ‘80 varie, con particolare attenzione al pop di ispirazione new wave: quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente ispirato?
R: Io dico sempre di non essermi ispirato a nulla e nessuno. Mi sono limitato a dare dei suggerimenti ai miei produttori: volevo un disco che non suonasse a tutti costi contemporaneo. Volevo sentirmi a casa, tornare indietro nel tempo, agli anni ‘80 scoperti sulle musicassette di mio papà e agli anni ‘90 della mia infanzia. Credo che i miei producer abbiano avuto diverse ispirazioni: dai Depeche Mode ai Franz Ferdinand passando per i Subsonica e chissà chi altro.

D: All’interno di “Tamburo” fanno capolino anche sentori di Matia Bazar di album come “Fango” e “Aristocratica”. Al brano partecipa, con un featuring, Berdix: com’è nata questa collaborazione?
R: Grazie mille per questo collegamento pazzesco con i Matia Bazar! In quanto a Berdix, lo ascoltai per la prima volta sul palco di un talent show che conducevo. Mi innamorai della sua penna tagliente e del suo timbro pieno di sfumature. Qualche tempo dopo ci ritrovammo nella sala d’attesa di una stazione semi-abbandonata a parlare di musica. Da allora ad oggi abbiamo fatto moltissime cose insieme, incluse “Tamburo” e un mio vecchio singolo intitolato “Figlio imperfetto”, che amo molto. Non smetterò mai di ringraziarlo perché le barre che ha scritto per “Tamburo” sono tra le cose più belle e profonde di questo disco.

D: A livello tecnico, con chi hai realizzato l’album? E com’è stato il processo compositivo/realizzativo?
R: L’album è stato interamente realizzato nei Saigood Studios di Milano con Daniele e Francesco Saibene alla produzione artistica. La cosa più bella è stata l’evoluzione del nostro rapporto: siamo diventati amici, ci siamo divertiti, ci siamo fidati reciprocamente, abbiamo condiviso dei momenti significativi. Per quanto mi riguarda, è stato come stare sulle montagne russe: ho vissuto momenti in cui sarei voluto fuggire dallo studio ed altri in cui non avrei mai voluto andarmene. Forse non bisognerebbe dirlo, ma ti assicuro che fare un disco richiede un grande sforzo, sia fisico che psicologico.

D: La traccia conclusiva dell’album è “Ma che ca**o sto dicendo”: parlacene. E come mai la scelta di censurare il titolo?
R: Questa traccia è stata scritta poche settimane prima della chiusura del disco. Mi è piaciuta così tanto che ho tolto un brano per far posto a lei. La melodia e l’idea è nata in mezzo al traffico, mentre riflettevo sulla sensazione sempre variabile di “importanza” e “inconsistenza” che provavo verso me stesso durante la lavorazione del disco. Credo sia la traccia che più rappresenta il Marco di oggi: riflessivo, ironico, circense, un po’ fatalista e un po’ artefice del proprio destino. Il titolo è censurato perché in fondo sono un bravo ragazzo!

D: Di cosa parlano i tuoi testi? E quali sono i temi che ti sta più a cuore condividere con il tuo pubblico?
R: I testi parlano delle mie emozioni e delle mie esperienze. È un disco totalmente autobiografico, una specie di diario. In “Tamburo” parlo della mia esperienza con gli attacchi di panico: parlarne pubblicamente fa bene a me, ma aiuta anche chi ne soffre a vederlo sempre meno come un tabù. Condividere le proprie fragilità fa sempre molto bene. “Cercala la notte” è un altro testo che amo molto, perché racconta la notte come l’ho vissuta io, senza filtri e pregiudizi. “Invece scrivo canzoni” è la mia autobiografia fatta canzone.

D: Progetti attuali e futuri?
R: È uscita da pochi giorni la versione CD del mio disco: la si trova su eBay. Il 50% del ricavato verrà destinato al Centro Antiviolenza C.H.I.A.R.A. di Voghera. L’idea è quella di uscire con un nuovo singolo prima della primavera. In quanto al resto, sono uno studente universitario: dopo tanti anni dedicati alla creatività e allo spettacolo mi piacerebbe apprendere cose nuove e diverse. Vedremo.

D: Saluta i nostri lettori.
R: Un saluto a tutti voi e grazie per avermi letto!

“L’unica via è consumare meno, e questo tocca proprio a noi”: intervista a Marco Augusto

D: Ciao, Marco: prima di tutto presentati ai nostri lettori!!!
R: Volentieri! Sono un bambino milanese, cresciuto in Germania, ma con fortissimo legame all’Italia. Due cuori in me, con i quali vivo la mia grande passione: la musica.

D: Torni sulla scena con l’album “Per amore alla vita”: parlacene.
R: “Per amore alle vita” è un percorso interno, una ricerca di quello che conta davvero, un arrivo nella pace, con me stesso, col Mondo. Tutto quello che faccio lo faccio per un grande amore alla vita: l’amo tantissimo, con tutti i suoi colori, le sue onde, con tutta la sua profondità. Di questo parla il mio album.

D: La proposta affonda appieno le mani dal pop italiano anni ’90: quali sono gli artisti che ti ispirano maggiormente?
R: Hai ragione :-), e me ne sono accorto soltanto quando lo ho tenuto in mano, questo CD: è proprio un riassunto di tutto quello che dal mondo musicale ho succhiato nei miei anni di vita dai venti ai cinquanta, quindi è molto 80’s e 90’s. Sicuramente c’è dentro una bella porzione di Ramazzotti, di Nek, ma anche di stile classico, che ho studiato parecchio durante la mia gioventù.

D: Di cosa parlano, in generale, i tuoi testi? E quali sono i temi che ti sta più a cuore condividere con il tuo pubblico?
R: Alla fine girano sempre attorno all’amore, un amore universale, forse anche spirituale. Parlano del nostro interno, dell’anima, del nostro nucleo, che sempre sa dove andare, dell’essere collegati con tutti quanti, ogni attimo, della grande forza attorno di noi, che va oltre quello che possiamo capire in modo razionale. E i temi, il messaggio che vorrei spargere sempre di più è sicuramente la dedica alla pace, alla compassione, al volersi bene, di rendere le mani anche a quelli che magari non ce la vogliono dare. L’aprire il cuore, in pieno amore.

D: Il brano “Terra tremante” (a cui si accompagna un videoclip sponsorizzato da Greenpeace) parla della crisi climatica. Ultimamente in molti stanno proponendo, come rimedio ai danni causati dall’effetto serra, l’incremento del nucleare come principale fonte energetica: tu cosa ne pensi?
R: Questa per me non può essere la via. Nascondere i rifiuti mortali del nucleare per migliaia di anni: pensiero assurdo. Ci saranno fonti molto più efficienti, per esempio il Sole. Ma la verità è questa: l’unica via è consumare meno, cambiare l’idea economica della santa crescita, anche nel mondo personale (basta molto meno per essere felici).

D: Perché credi che, nel dibattito sull’inquinamento, allo stato attuale, si parli solo di gas serra, e non di tutti gli altri tipi di inquinamento, legali o illegali che siano (dall’esubero di produzione di materiali alle ecomafie)?
R: A me non sembra che si parli soltanto di questo (pensiamo alla discussione sulla plastica), ma è vero che l’essere umano ha l’abitudine di cercare i discorsi, le notizie più semplici possibile. La complessità di questa faccenda, del Mondo in generale, supera forse quello che noi di solito possiamo – o vogliamo – apprendere. E poi, naturalmente, c’è il troppo grande influsso delle lobby, dei loro interessi, di gente con tanto potere. Rimango a quello che ho detto prima: l’unica via è consumare meno, e questo tocca proprio a noi.

D: Cosa ne pensi del concetto di “decrescita”?
R: Giustissimo!

D: Nel tuo brano “Pace” suggerisci che, prima di poter raggiungere la pace nel Mondo, dobbiamo cercarla in noi stessi. In molti lo fanno tramite la meditazione, o abbracciando religioni contemplative: qual è il tuo modo per trovare pace in te stesso? E cosa consiglieresti, a chi voglia intraprendere questo percorso?
R: La meditazione fa davvero bene, ma io non vivo un certo concetto di come arrivare alla pace: io, più che altro, tengo sveglia la mia attenzione, osservo, sento cosa sta succedendo dentro di me, cerco di percepire… se mi va, mi metto un po’ a meditare; un’altra volta, invece, lo faccio durante una bella passeggiata, suonando il pianoforte o attraverso lo scambio di pensieri con degli amici. Ci saranno percorsi ben diversi, ma con i nostri sensi accesi, col nostro cuore aperto, infine arriveremo alla pace.

D: Progetti attuali e futuri?
R: Nel ‘22 un tour live in Austria, Svizzera e Germania, accompagnando la Bike Challenge dell’IFN – Forum Internazionale per la Sostenibilità, un progetto che si dedica a un mondo sostenibile (lo potrete seguire anche sui miei social), il “Marco Augusto Show”, un mio formato YouTube settimanale con vari ospiti, un EP in tedesco + diversi nuovi videoclip e – grande desiderio mio – concerti, scambio e collaborazioni con altri artisti italiani… quindi, fatevi vivi! 🙂

D: Saluta i nostri lettori.
R: Vi mando un fortissimo abbraccio dalla Selva Nera – posto bellissimo, come così tanti nel nostro amato Mondo. Trattiamola, quindi, con rispetto e con delicato amore, la nostra stupenda Madre Terra! A presto, vi voglio bene! Vostro, Marco Augusto.

Sincero, passionale e introspettivo: intervista a Luca Fogliati

D: Ciao, Luca: prima di tutto presentati ai nostri lettori!!!
R: Un saluto a tutti i lettori di QALT. Per me è davvero un piacere essere intervistato da voi.

D: “Per te” è il tuo primo album da solista: come lo descriveresti?
R: Posso definire il mio album “Per Te” sincero, passionale e introspettivo. Contemporaneo e al contempo intessuto con note nostalgiche del passato.

D: Nella tua music misceli rock, pop ed elettronica: quali sono le tue principali fonti di ispirazione?
R: I miei testi sono perlopiù autobiografici, pertanto traggo ispirazione dal mio vissuto o comunque da tematiche verso le quali sono più sensibile. Le sonorità alle quali più si avvicina la mia musica ritengo siano quelle dei Negramaro.

D: “Per te” racconta il tuo percorso dal lontano 2007: cos’è successo, in tutti questi anni? Come sei cambiato e com’è cambiata la tua musica?
R: Esatto. È un viaggio di 15 anni, iniziato nel 2007 con la band I Volume. Nell’album “Per Te” sono racchiusi questi 15 anni fatti di tante emozioni, soddisfazioni e, a volte, delusioni. Credo di essere cambiato e maturato in questo percorso, anche se lo spirito e l’entusiasmo sono rimasti gli stessi di quando ho iniziato a comporre.

D: Come hai realizzato il tuo album? Registri tutto da solo o ti sei avvalso della collaborazione di altri musicisti/tecnici?
R: Mi avvalgo di collaboratori con i quali lavoro in sinergia ai miei progetti da solista. Tra questi tengo in modo particolare a citare il produttore e arrangiatore dell’album Beppe Lombardi, professionista dotato di grande sensibilità artistica al quale sono molto grato e riconoscente. Un riconoscimento speciale e doveroso va anche a Riccardo Valle, che ha registrato le parti di chitarra elettrica, e Marco D’Agostino, che ha curato la post-produzione/mastering dell’album. Il disco è stato registrato in pieno lockdown ed interamente autoprodotto.

D: Di cosa parlano i tuoi testi? E a quali di questi sei più legato e perché?
R: I temi trattati nei testi dell’album riguardano l’amore, il ricordo di persone care che non ci sono più, il pregiudizio e giudizio, l’inesorabile trascorrere del tempo, la capacità di osare e molto altro ancora. Vogliono essere spunti riflessivi per un’analisi introspettiva su ciò che siamo e vorremo essere. Il brano al quale sono più legato è “Musica”, dedicato a don Luigi Venesia, parroco storico di Calliano Monferrato. È stato grazie a lui che ho iniziato questa meravigliosa avventura chiamata “Musica”.

D: Progetti attuali e futuri?
R: I miei progetti si concentrano tutti sul far arrivare a più persone possibile la mia musica e ripartire con i concerti live.

D: Saluta i nostri lettori
R: Un saluto a tutti voi. È stato un grandissimo piacere. Buona vita.

“La più grande rivoluzione è quella della cultura, dell’intelligenza e della gentilezza”: intervista a Fred Branca

D: Ciao, Fred: prima di tutto presentati ai nostri lettori!!!
R: Ciao sono Fred Branca, per gli amici Freddinho! Sono batterista, produttore e autore, fondatore dell’etichetta Cane Nero Dischi, amo il rugby, suono il vibrafono e mi piacciono il jazz e la techno e quando registro indosso sempre un poncho! Ahahahahah!

D: Esordisci con l’album “Romantico punk”, che sembra un po’ un ossimoro: può essere romantico, un punk? Cosa vuoi comunicare con questo titolo?
R: Bhe, certo, si: è un ossimoro, ma viviamo in tempi sovvertiti e credo che il punk, cioè l’anticonformismo, oggi come oggi debba combattere l’apatia, che è il male del nostro secolo, e quindi esprimersi in un “coraggio della gentilezza”, in un appassionarsi alla vita con curiosità ed entusiasmo, un romanticismo non amoroso quindi, ma di esistenza, un “punk carpe diem”!

D: Quali sono i generi musicali che affronti, in questo tuo primo lavoro? E quali sono state le tue principali influenze?
R: I brani spaziano tra il pop, l’R&B, la new wave, il soul, e l’elettronica! Le mie influenze sono tantissime: ascolto di tutto, dal jazz, che ho suonato per anni, al pop, alla techno, che mi piace moltissimo andare a ballare, al rap alla ambiente music fatta coi modulari. Anzi, sto anche facendo qualche mixtape cassa dritta per l’estate!

D: Insomma, di punk c’è poco: come mai l’utilizzo di questo termine?
R: “Punk” non in senso prettamente musicale come genere, ma come attitudine alla vita, però non è vero che c’è poco punk nel disco… c’è un’attitudine minimalista sicuramente più vicina al punk che ad altro, e poi comunque, ripeto, è un’attitudine di vita… se famo un week-end insieme e te lo spiego ahahahahaha!

D: Hai suonato tutti gli strumenti da solo, da buon polistrumentista: come hai lavorato?
R: Si, ho suonato tutto io… che fatica!!! Ho utilizzato il mio storico synth Roland JX-3P, la mia batteria assemblata, le chitarre le ho fatte con una Jazzmaster. Non c’è un ordine preciso a livello di produzione: parto dal nucleo del pezzo, che può essere una tastiera piuttosto che un riff di chitarra. Poi, chiaramente, viene un momento in cui devi registrare le batterie, e li diciamo è lo spartiacque tra la demo e il disco vero e proprio, perché in qualche modo la batteria, essendo il mio primo strumento, mi aiuta a fissare su pietra quello che prima era ancora volatile.

D: Considerando la situazione, stai riuscendo a fare qualcosa dal vivo? O hai in progetto di farlo? Se si, come sei organizzato? Hai dei musicisti che ti accompagnano?
R: Si, suono con il grande Agostino Macor e con Francesco Andreotti. Abbiamo suonato un pochino e suoneremo. Non voglio mollare: magari si faranno meno live, ma qualcosa faremo sempre.

D: Di cosa parlano i tuoi testi? E quali sono i temi che ti sta più a cuore condividere con il tuo pubblico?
R: Questo disco è molto personale, parlo della mia vita degli ultimi anni: viaggi, amori, serate pazze, amici… è un disco intimista. Nelle prossime cose, sto giocando con il rap e la musica brasiliana e voglio parlare anche di temi più sociali, se così si può dire, un po’ più al vetriolo, ecco.

D: Progetti attuali e futuri?
R: Sto lavorando a cose nuove e presto presentò il “Fred Branca Trio – jazz elettronica”, con brani scritti a 6 mani con i due miei amici e poi un bel featuring con Il Metz, una cover di Fabio Concato… insomma, qualcuno mi fermi ahahah!!!

D: Saluta i nostri lettori.
R: Ciao, regaz. Mi raccomando, ricordiamoci che la più grande rivoluzione è quella della cultura, dell’intelligenza e della gentilezza, e che la musica serve a rendere più leggera la nostra vita, soprattutto mò ahahah!

“Ogni forma di pensiero è politica, ogni canzone d’amore può essere politica”: intervista a Federico Sirianni

D: Ciao, Federico: prima di tutto presentati ai nostri lettori!!!
R: Sono un cantautore genovese, adottato in età adulta da Torino. Nei miei quasi trent’anni di attività musicale sono stato ospite al Premio Tenco, ho vinto il Premio della Critica al Festival Musicultura, il Premio Bindi, il Premio Lunezia Doc e ho ricevuto la menzione speciale del Club Tenco per “Musica contro le mafie”. Ho pubblicato cinque album, l’ultimo dei quali è “Maqroll”.

D: “Maqroll” è ispirato ai romanzi di Alvaro Mutis: ce lo descriveresti brevemente?
R: È qualcosa di simile a un concept, un disco novecentesco, con una storia che si dipana attraverso le dieci canzoni, anche se ogni canzone vive di vita propria. Il protagonista è appunto Maqroll, il marinaio gabbiere inventato da Mutis che, dalla sua posizione privilegiata, nella gabbia sull’albero più alto della nave, riesce a vedere le cose prima degli altri. È un racconto di viaggio che ha come rumore di fondo il mare.

D: Come mai l’idea di “trasportare” i lavori di Mutis in musica?
R: Non sono il primo a farlo, De André inserì alcuni versi di Mutis nella sua “Smisurata preghiera”. Mi piace pensare ci sia un filo che collega diverse generazioni di cantautori genovesi. Nel mio lavoro Maqroll è il testimone dell’incollocabilità, un argomento che avevo necessità di affrontare e approfondire. Mi sono ritrovato profondamente nelle sue avventure, nei suoi pensieri e, di conseguenza, nella scrittura di Mutis che ho tentato di rendere in forma canzone.

D: Quanta libertà ti sei preso, nell’adattamento? E quanto c’è di te e del mondo odierno, in cui viviamo?
R: La canzone e la narrativa sono due forme espressive diverse, per cui è necessario e doveroso prendersi delle libertà. Nelle canzoni del disco ci sono precise parole e frasi di Mutis inserite nella mia scrittura personale. Ho cercato di essere il più attento possibile, confrontarsi con i giganti è complicato e pericoloso, ma ho avuto il grande sostegno di Martha Canfield, traduttrice e amica stretta di Mutis che ha seguito il percorso di scrittura del disco, dandomi conforto e consigli. In questo lavoro c’è moltissimo di me, mi rappresenta al cento per cento e credo si possano riconoscere anche alcuni elementi del mondo contemporaneo anche se, come dicevo prima, è un album – per tanti motivi – un po’ fuori tempo.

D: Nei tuoi brani ho trovato anche alcuni spunti “politici” (penso, in particolare al verso sul capitalismo, in “Per arrivare a te”): in generale, quali sono le tematiche che hai voluto trattare, le urgenze da comunicare? E credi che l’arte possa ancora avere una funzione di tipo “politico”?
R: Credo che qualunque tentativo di raccontare il mondo che ci circonda sia “politico” e quanto più è personale, più è politico. Ogni forma di pensiero è politica, ogni canzone d’amore può essere politica. Per cui, sì, credo che Maqroll sia un disco politico. D’amore e politico.

D: Dal punto di vista musicale, parlaci dell’apporto dato da Raffaele Rebaudengo e da FiloQ all’album.
R: Un apporto fondamentale, attraverso cui sono uscito dalla mia comfort zone addentrandomi in territori per me poco noti e poco esplorati. L’utilizzo dell’elettronica come rumore di fondo dà a tutto il disco un senso di sospensione che è esattamente l’atmosfera che volevamo creare, l’idea di un viaggio a pelo d’acqua, tra cielo e mare.

D: “Maqroll” è accompagnato da un libro collettivo, dove coesistono tanto scrittori quanto illustratori e fotografi: come è nato questo tomo? Da chi sono stati scelti gli artisti da coinvolgere e c’è stato, poi, un lavoro di coordinazione, o ognuno ha partecipato secondo la propria sensibilità, libero?
R: Volevo dare diverse possibilità di fruizione, per questo l’idea di un vero e proprio libro allegato al disco, una sorta di “antologia dell’incollocabilità” in cui ho chiesto ad amici scrittori, poeti, illustratori di regalarmi un contributo sul tema, secondo il loro punto di vista e dunque, sì, in maniera assolutamente libera. È un volume che raccoglie delle cose molto belle, inedite, uniche.

D: “Maqroll” è, infine, uno spettacolo teatrale: parlacene brevemente.
R: Abbiamo scelto di presentare “Maqroll” in forma di teatro canzone, perché è una modalità che amo molto e, con il contributo del Teatro Pubblico Ligure e del regista Sergio Maifredi, abbiamo realizzato uno spettacolo che, musicalmente, è molto fedele al disco, ma le canzoni sono intervallate da brevi monologhi e letture sul tema della grande epica marina.

D: Progetti attuali e futuri?
R: “Maqroll” è appena nato e spero possa viaggiare ancora a lungo. Abbiamo tanta strada da fare, tanti porti da toccare, tanti naufragi a cui sopravvivere.

D: Saluta i nostri lettori.
R: Spero di incontrarvi in qualche luogo d’Italia dove approderà il nostro cargo, farvi imbarcare insieme a noi e raccontarvi questa storia bellissima che non è solo il racconto di un viaggiatore, ma è il racconto del viaggio dell’essere umano.

Un disco heavy metal realizzato interamente tramite VST: intervista a Damno

D: Danilo, in arte Damno: prima di tutto presentati ai nostri lettori!!!
R: Ciao, prima di presentarmi volevo ringraziarvi per l’intervista che mi state concedendo. Mi chiamo Danilo Teti, ho 39 anni e sono nato a Roma. Coltivo molte passioni, tra le quali il game design (realizzo GDR cartacei), la ventriloquia e, ovviamente, la musica. Suono la batteria da quando ho 15 anni e canto da quando ne ho 17. Ho militato in molte band e frequentato contesti musicali differenti, sia metal che non. Negli anni, dopo aver acquisito una certa esperienza e sicurezza, ho avvertito l’esigenza di far nascere una band heavy metal dove potermi esprimermi in totale libertà: così sono nati i Damno!

D: Perché hai deciso di non puntare su una band vera e propria ma di metterti in proprio con una one-man band?
R: L’idea che sta alla base del progetto Damno è quella di realizzare musica senza l’idea fissa di aderire a un filone in particolare, lasciandomi liberamente influenzare da più generi musicali mantenendo sempre indelebile il filo conduttore che lega tutto il progetto: l’amore per l’heavy metal! In passato ho tentato più di una volta di formare un gruppo con questo approccio, ma dopo quattro fallimenti ho pensato bene di accantonare l’idea e di non volerne più sapere. All’inizio del 2020, però, poco prima del lockdown, parlando con un mio amico che mi conosce da tantissimo tempo, uscì fuori da parte sua questa domanda: “Come mai, dopo tanti anni che fai musica, non hai mai inciso un qualcosa che ti rappresenti?”. Essendo ormai il 2020, ho pensato quindi che forse la tecnologia mi avrebbe potuto aiutare. Per questo mi è venuta la folle idea di realizzare un EP da solo!

D: Come definisci il genere proposto dal progetto Damno? “Bugaboo Alley” è registrato con l’ausilio delle VST, senza alcun ricorso agli strumenti reali: come mai questa scelta?
R: Non saprei come definirlo il genere di Damno… “Varie ed Eventuali Metal”? Ovviamente scherzo, però se ci pensi forse potrebbe anche calzare! Ahahahahah! Io credo che ogni musicista, o band, debba appartenere ad un genere che lo identifichi, poi tutte le influenze e contaminazioni all’interno del sound proposto rispecchiano inevitabilmente la natura artistica del musicista. “Bugaboo Alley” presumo si possa definire un EP di puro heavy metal al 100%. Poi, per comprenderne bene le tante sfaccettature delle quali si compone, bisogna ascoltarlo, come per ogni disco! Ti confermo che tutte le parti strumentali di “Bugaboo Alley” sono state realizzate con l’ausilio di VST. Questo perché, come ti ho detto, ho tentato più volte di creare una band per esprimermi in totale libertà, ma dopo aver collezionato ben quattro fallimenti ho ritenuto più opportuno occuparmene da solo. Avrei potuto chiamare qualcuno che si occupasse delle parti strumentali, ma ho preferito visionare tutto in prima persona gestendo personalmente i tempi e le risorse, partendo dal presupposto che oggigiorno la tecnologia, avendo fatto passi da gigante, avrebbe finalmente potuto supportare l’idea ambiziosa e pazza di realizzare un disco con i VST.

D: Una domanda a cui tengo particolarmente di solito è quella relativa alla strumentazione utilizzata dalle band, in questo caso però tu hai fatto ricorso alle sole VST e allora vorrei sapere: sei un autodidatta nell’utilizzo di queste tecnologie e quali difficoltà hai incontrato durante la composizione e l’incisione dei pezzi?
R: Di difficoltà ne ho incontrate veramente tante, il lavoro è stato molto lungo e faticoso. Partiamo col dire che i brani sono vecchie idee composte da me e dal mio amico Luca Franco. Con questo ragazzo in passato avevamo un gruppo insieme, nel quale io cantavo e lui suonava la chitarra. Successivamente, ho chiamato un mio caro amico di nome Fabio Mariani, che conosco ormai da più di vent’anni, con il quale abbiamo riarrangiato queste vecchie idee sviluppandone di nuove. Queste mie aggiunte hanno stravolto completamente il tutto fino a far diventare queste idee delle vere e proprie canzoni. Per rispondere alla seconda parte della tua domanda posso dirti che mi sono occupato di realizzare i suoni in VST una volta terminate le quattro tracce: anche in questo caso, essendo autodidatta, mi sono fatto aiutare da un altro mio amico, Valerio Lucantoni, esperto nella programmazione in VST nonché un’eccellente musicista. Infine, ho registrato le voci ed effettuato mix e master ai NMG Recording Studio da Alex di Nunzio a Palestrina. Ci tengo a precisare che, nonostante l’EP sia stato interamente ideato e visionato da me, in quanto unico elemento della band, ho preferito farmi affiancare perché, essendo principalmente batterista, volevo avere una visione dei brani da altre prospettive musicali, oltre ad avere un approccio più professionale verso il progetto.

D: Sei soddisfatto del risultato ottenuto o credi che in futuro questa tecnologia ti permetterà di sperimentare ulteriori soluzioni?
R: Sono pienamente soddisfatto del risultato attenuto! L’idea di utilizzare VST per la realizzazione di un disco difficilmente viene considerata nel metal, probabilmente anche per la natura del genere stesso, ma non era mia intenzione creare un disco in VST per sostituirmi agli strumenti reali! Il mio obiettivo era solamente quello di riprodurre un sound metal, potente e godibile. In questo è stato provvidenziale anche l’intervento del fonico Alex di Nunzio: attraverso la sua professionalità ed esperienza questo ragazzo è riuscito ad “umanizzare” il lavoro complessivo, fornendogli un suono molto realistico. La tecnologia è un campo che sicuramente ti permette di creare soluzioni musicali infinite, ma per quanto ne concerne l’uso futuro non so dirti, anche perché attualmente non so neanche io quale strada percorrerà Damno… vedremo!

D: Hai tirato fuori due singoli sino ad ora, in particolare ho definito “Forgotten in the Oven” in bilico fra metal e i deliri di Mike Patton. Ti ritrovi in questa definizione?
R: Sono contentissimo che accosti “Forgotten in the Oven” anche a Mike Patton poiché, essendo uno dei miei cantanti preferiti, la cosa mi lusinga. Molte persone accostano le canzoni presenti in “Bugaboo Alley” a vari artisti e gruppi, anche estremamente diversi tra loro, spesso ad alcuni che neanche conosco. Tutto ciò mi diverte tantissimo, perché mi fa comprendere quanto sia unico, ma allo stesso tempo diverso, il senso percettivo di ogni persona. Proprio questo è il bello della musica!

D: Nelle tracce del disco hai utilizzato uno spettro canoro molto vario. Tra le altre cose, la voce è l’unica cosa realmente incisa in modo tradizionale senza far ricorso alla tecnologia. Quali studi hai fatto per la voce?
R: Come tutti i metallari che si rispettino, ho iniziato urlando al microfono, ahahahahaha! Successivamente ho avvertito l’esigenza di andare a lezioni per imparare cosa voglia dire realmente cantare e migliorarmi. Attraverso lo studio, ho compreso di essere attratto da tutto ciò che riguarda la voce. Ho voluto quindi espandere le mie conoscenze, iniziando ad approfondire registri di canto differenti, come growl, scream, falsetto, falsettone e molti altri. Alla fine, sono arrivato allo studio vero e proprio sulla voce, analizzandone i molteplici utilizzi che se ne possono fare, come ad esempio imitazioni, diplofonia, scat, beatbox e ventriloquia.

D: Quindi sei anche un ventriloquo: lo studio di questa tecnica ti ha aiutato nella registrazione delle parti vocali?
R: Assolutamente si! Essendo quattro anni che pratico questa antica arte, posso dire che la tecnica da ventriloquo aiuta ad avere una maggior percezione della voce, sia interiormente che, di conseguenza, esteriormente.

D: Hai intenzione di proporre i Damno dal vivo?
R: Come ti ho detto, adesso non so dirti neanche io quale strada percorrerà in futuro Damno. Non mi pongo nessun limite, quindi posso dire di lasciare uno spiraglio aperto ad ogni possibilità. Attualmente mi sto occupando di promuovere l’EP “Bugaboo Alley”… poi chissà!

D: Saluta i nostri lettori.
R: Un saluto a tutti i lettori di QALT! Sostenete sempre la musica, qualsiasi essa sia!